IL BARACCONE DELL’AGRO-ALIMENTARE ARRIVA A BOLOGNA

È fresca la notizia secondo cui Andrea Segrè ed Oscar Farinetti (rispettivamente, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna e presidente del Caab il primo e fondatore della catena Eataly il secondo) nel 2015 vorrebbero inaugurare il progetto “Fico”, un vero e proprio parco giochi del cibo e della sua catena di produzione. Il luogo individuato per la realizzazione del progetto è il Caab di Bologna e saranno necessari 50 milioni di euro.

L’acronimo ”Fico”, che sta per Fabbrica Italiana Contadina, sembra quasi voler sfidare la vecchia contrapposizione tra la fabbrica, generalmente urbana e la campagna dei contadini, ma dell’uno e dell’altro ambiente recupera gli aspetti strategicamente ed economicamente più convenienti. Essendo, infatti, un parco tematico, non potrà che sottostare ad alcune logiche puramente estetiche e di guadagno che costringeranno ad avere sempre i “prodotti” sull’albero senza poter quindi rispettare la stagionalità cui i contadini sono molto legati ed è forse questo ciò che il termine fabbrica ci vuole ricordare: non siamo all’interno di un luogo di lavoro della terra, ma in luogo che è prima di tutto una terra di lavoro!

L’idea che si debba ricreare in uno spazio ad hoc, tutto sommato ristretto, la complessa esperienza della produzione alimentare sottoponendola all’acquisto di un biglietto a cui certamente non tutti avranno accesso, ci sembra pura follia. Ci chiediamo quindi verso chi sia indirizzato questo progetto?

È facilmente comprensibile, seppur non esplicitamente dichiarato, che questa sia un’azione rientrante nella strategia Bolognese di Eventi capaci di catalizzare il forte afflusso di persone e capitali dovuto all’EXPO 2015. Anche questo elemento ci sembra non meno problematico, stiamo infatti parlando di un progetto che ambisce ad affermare Bologna come capitale del cibo Italiana, ma pensare che un primato del genere si conquisti con la creazione di un semplice polo alimentare di lusso, beh, ci sembra al limite dell’illusione. Gli ideatori, infatti, puntando su un’attività che non contraddistingue certo il capoluogo emiliano, quella del turismo (hanno previsto un coinvolgimento di milioni di turisti l’anno), stanno anche decretando il fallimento del progetto, nonché la scarsa rilevanza del ruolo degli abitanti e dello stesso territorio nella sua riuscita.

Crediamo sia pericoloso relegare la dimensione “contadina” ad un livello di esibizione come si trattasse di un parco divertimenti, o ancora peggio di uno zoo reso produttivo. Così, il progetto, curato come una buona campagna pubblicitaria, promuove e supporta una logica che tende ad un’agricoltura da palcoscenico che poco ha a che vedere con le eccellenze italiane che si vorrebbero mettere a valore.

Ci poniamo inoltre un’ulteriore domanda, questo progetto di “Spettacolarizzazione del cibo buono”, in cui per altro non è mai chiaro come si ottenga questa bontà o eccellenza,  che affetti avrà sulle già esistenti aziende agricole del bolognese che da anni ormai si occupano di produrre cibo di qualità e soprattutto biologico, anche auto-certificato, e che attraverso diverse realtà, svolgono attività di divulgazione di un certo modo di produrre, consumare e lavorare?

Detto altrimenti, ci sembra evidente che questo progetto oltre a non scardinare alcune questioni problematiche legate alla produzione e al consumo alimentare, metta in ombra le già presenti esperienze di “eccellenza” del territorio emiliano, confinando una tematica così rilevante all’interno di un luogo asettico, perimetrando e delimitando non solo gli spazi del cibo ma anche i momenti in cui riflettere sul suo modo di produzione e consumo.

Ci stupiamo, dunque, dell’entusiasmo istituzionale e non che questa iniziativa ha suscitato in città, vedendone invece i forti limiti.

Questo polo, infatti, oltre a non dare nulla al territorio e a chi lo vive, non problematizza a sufficienza la questione del “chi fa cosa, come, quando, dove, perché e per chi lo fa”.

In altre parole, non ci basta sapere che il progetto non avrà costi per la popolazione o che non consumerà suolo aggiuntivo. Troviamo questi elementi “ecologici” puramente edulcoranti dato che la filiera progettata poco differisce da quella delle grandi aziende e non tiene conto dei rapporti produttore-consumatore.

Ma la natura insegna che i rami del fico sono deboli e se sovraccaricati, cedono.

TrameUrbane

Collettivo Autorganizzato Agraria

About trameurbane

Trame urbane/Guerrilla Garden è un collettivo bolognese che sulla scia delle esperienze diffuse di guerrilla garden, è sensibile alla riappropriazione degli spazi e alla creazione di orti urbani dal basso convinti che possano diventare una nuova forma di piazza e di relazioni, ricostruendo un piccolo tassello di tessuto sociale urbano. In modi diversi tutti coloro che partecipano al progetto Trame urbane/Guerrilla Garden si sono occupati di nuove forme di resistenze urbane e contadine e di nuove modalità di creazione di spazi di socialità e convivialità.
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One Response to IL BARACCONE DELL’AGRO-ALIMENTARE ARRIVA A BOLOGNA

  1. giulia says:

    Non so se questo progetto possa essere una gran FICATA o una gran CAZ..TA

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